sabato 17 maggio 2008

"Annozero", commedia in atto unico.

Giovedì sera è andata in onda una puntata di “Annozero” dedicata al problema della sicurezza in Italia. Ospiti in studio – tra gli altri – Castelli, ex ministro della giustizia, e Tosi, sindaco di Verona. Il programma non si è distaccato in nulla dal solito Santoro: politici che gridano e interviste raccolte per la strada, dove la voce della ggente è sempre ringhiosa e manichea (con molta probabilità a causa del montaggio).


La sensazione costante è quella di essere seduti al famoso “Bar Sport” durante i Mondiali di calcio: tutti commissari tecnici, tutti che sanno solo loro mentre gli altri non capiscono niente; e così, se voi non sapete niente di calcio, in mezzo a tutti questi oratori dell'aperitivo, continuerete a non capirne niente e prenderete la decisione di iscrivervi ad un corso di badminton.


Tuttavia i programmi di Santoro hanno l'enorme pregio di riassumere in una serata tutto il chiacchiericcio massmediatico della settimana precedente. Se avete voglia di conoscere quali sono i vari falsi problemi e contrasti di facciata della politica italiana, guardate “Annozero”.


Nella puntata di giovedì scorso, dicevamo, si è per l'appunto messo in scena un classico della commedia all'italiana: la “questione sicurezza”. E' da dire che Santoro, pur dedicandosi alla commedia, ricorre tuttavia alla struttura della tragedia per dare un tono serio, e quindi ancor più esilarante, alla rappresentazione. Ecco quindi alternarsi sul palco un protagonista: il politico che vince puntando sul tema della sicurezza; un antagonista: il rappresentante delle vittime del politico; un coro: la ggente.


Ovviamente non c'è da aspettarsi da questo genere di spettacoli nulla più che due ore di divertimento, di piacere ludico. La tragicommedia santoriana è per l'appunto teatro, finzione, virtualità. Chiuso il sipario, la vita è quella di sempre.


Però Santoro possiede una capacità somma, quella di riuscire a tratteggiare con maestria eccelsa il coro, la ggente, come nessun altro sa fare. La ggente di Santoro è un quadro impressionista, privo di sfumature e particolari, fatto di pennellate veloci e contorni indefiniti, eppure così terribilmente vivo ed evocativo.


La ggente, il coro tragico, alle prese con il problema sicurezza. Giovedì Santoro è stato davvero bravo, perché è riuscito a ricreare fedelmente i discorsi che sentiamo ogni giorno. Cerchiamo quindi di analizzare senza pregiudizi il pensiero emerso dalla pancia della ggente. Il discorso non è difficile ed ha un suo senso, condivisibile o meno.


Siamo alle prese con una criminalità sempre più invasiva e violenta. La polizia non fa niente, perché non può fare niente. La criminalità più invasiva è quella degli immigrati. Siccome la polizia non può fare niente contro di loro, almeno mandiamoli via.


Di solito questo discorso viene bollato come “xenofobo” e “razzista”, frutto della propaganda mediatica che preme sul tema della criminalità. La critica però è monca, perché si limita a considerare il primo assunto (maggiore criminalità) e l'ultimo (mandiamo via gli extracomunitari) e non il ragionamento nel suo complesso.


Ciò è profondamente errato. Per il primo punto, ci si appella ai dati statistici. Questo è vero da un punto di vista formale, ma non reale. Alla ragazza che deve prendere il treno delle 21 interessa poco che in Italia ci siano stati meno omicidi nell'ultimo anno (figuriamoci, dove vive lei non ce n'è mai stato nessuno), ma le interessa molto dover camminare in mezzo a ubriachi, spacciatori e prostitute. Che non stanno commettendo alcun reato contro di lei, sia chiaro, ma che per lei costituiscono una minaccia immediata e tangibile. Quindi non si può dire che la ragazza in questione ha torto, perché sarebbe come andare a dire alle famiglie delle vittime del Concorde schiantatosi a Parigi che l'aereo è il mezzo di trasporto più sicuro. E' pur vero, ma fuori luogo.


Il secondo punto è più delicato. Il ragionamento della ggente è abbastanza lineare. I crimini da strada, quelli visibili, sono commessi dagli extracomunitari (ovviamente, essendo loro – al giorno d'oggi – le persone ai margini) quindi se noi spostiamo gli extracomunitari, sposteremo anche il crimine.


Questo conclusione è ineccepibile, se lasciamo inalterate le premesse del ragionamento. E le premesse del ragionamento non vengono mai messe in discussione. Questo ragionamento è certamente errato, ma non lo si smonta definendolo “razzista”. Un ragionamento errato si contrasta solo con un ragionamento corretto.


Il problema, dicevamo, sta nelle premesse che danno origine al ragionamento. Il problema sta nell'immaginario collettivo che è stato creato nella testa della ggente, che siamo poi tutti noi nella nostra quotidianità.


E l'immaginario collettivo divide il mondo in guardie e ladri. Il ladro scappa e la guardia insegue. La guardia acchiappa e punisce, il ladro viene preso e restituisce il maltolto. Questo è quello che deve succedere, nell'immaginario delle persone. Questa è la teoria.


Ma la pratica è diversa. Nell'esperienza delle persone i ladri non scappano, la polizia non li insegue e nessuno viene punito. Questo ce lo dicono anche le statistiche, non è certo un'invenzione degli xenofobi. In Italia il crimine paga, anche quello di strada.


La situazione è dunque quella di una teoria che non regge alla prova sperimentale, o meglio l'esperienza non conferma la teoria. La logica ovviamente impone, quando la teoria non viene confermata dal dato sperimentale, di modificare la teoria; ma questo è molto difficile. Modificare la propria teoria, cioè la propria visione del mondo, è infinitamente più difficile che ignorare quello che la nostra esperienza ci dice.


Ed è proprio questo il caso. La teoria della ggente è che la guardia insegue il ladro. E' ovvio che sia così. Qualsiasi persona di buon senso non ha alcun bisogno di dimostrare una verità tanto palese. Lo insegnano fin da bambini a scuola, nelle lezioni di educazione civica; lo si vede in tutti i film e telefilm, che la guardia insegue il ladro. E' così che deve funzionare, accidenti! E' ovvio!


E allora cosa sta succedendo se dove vado io i ladri non scappano e la polizia non li insegue? Perché no? Cosa c'è che non va? Ma è ovvio! Vuol dire che non ci sono abbastanza poliziotti, vuol dire che non ci sono leggi abbastanza severe, vuol dire che questi se ne fregano della polizia, e allora mandiamoli via, tutti! Tutti!


Perché la guardia insegue il ladro. La guardia insegue il ladro. La guardia insegue il ladro.


La guardia insegue il ladro, vero?


Però sono appena venuti a rubare in casa mia, chiamo i Carabinieri e questi per poco non si mettono a ridere. Ridono, ma io potevo anche rimanerci.


Vedo gli spacciatori davanti alla stazione, come li vedo io li vedrà anche la Polizia, perché non vanno lì a fermarli?


Anni e anni di educazione civica e televisione hanno istruito il cittadino a negare qualsiasi dato sperimentale che non si adatti alla teoria della “guardia che insegue il ladro”. E' questo un concetto talmente radicato nella mente del cittadino che nessuna realtà lo scuote.


E' inutile tacciare di xenofobia chi, invece, è semplicemente vittima del processo di rimozione inculcato dall'educazione. Perché quando il “razzista” si incazza e grida perché la polizia se la prende con i cittadini onesti e lascia stare i delinquenti, ha ragione. Solo che il “razzista” non ne trae la conclusione che volontariamente la polizia, cioè lo Stato, persegue gli onesti e lascia in pace i delinquenti, ma – forzato da anni di educazione a carico dello Stato – chiede che ci sia più polizia, cioè più Stato. Bisogna invece prendere atto, tutti quanti, che le guardie non inseguono i ladri. Le guardie se ne fottono dei ladri. Le guardie sono lì per controllare noi, non i ladri.


Bisogna ritornare ai tempi in cui i cittadini erano contadini ignoranti e analfabeti, e sapevano che la guardia era lì per loro.


Dobbiamo re-imparare da principio la funzione della polizia. La polizia è il monopolio della violenza esercitato dallo Stato per perpetuare sé stesso. La polizia serve a reprimere ogni moto e tendenza che possa incrinare il potere. La criminalità non mette in discussione lo Stato ed il potere. Sono i cittadini a farlo. Sono i cittadini che, smettendo di offrire un consenso non informato al loro stesso sfruttamento, possono mettere in discussione lo Stato. Sono i lavoratori, gli operai, le cassiere, gli artigiani, gli imprenditori (quelli veri, non quelli che campano di sussidi statali) a poter mettere in discussione lo Stato. E sono loro a dover essere controllati attraverso la polizia, che svolge questo ruolo coerentemente. Lo Stato non perseguiterà mai il criminale, perché esso è troppo utile allo Stato stesso: grazie al criminale il cittadino invoca più polizia e più Stato, chiede di mettere le telecamere in città, chiede arresti facili, chiede poteri di polizia anche per i netturbini. Grazie al criminale, il cittadino scava da solo la fossa della propria libertà.


Se davvero esistesse qualcosa come la “sinistra”, quella di tanto tempo fa, quella che scriveva i giornali per gli operai, quella che non era ancora entrata in Parlamento, non andrebbe ad insultare chi chiede di non avere spacciatori sotto casa. Andrebbe da queste persone e cercherebbe di spiegargli che il problema non è lo spacciatore, ma il poliziotto, lo Stato tanto invocato e che invece esiste solo per sfruttarlo. Ad esempio gli spiegherebbe che lo spacciatore esiste non per caso, ma perché lo Stato italiano, attraverso la legislazione sulla droga, garantisce alla mafia il monopolio indisturbato sulla droga, proteggendola da ogni possibile crisi economica e lasciandola libera di inondare il mercato con veleno preso chissà dove. Ma trovate un solo uomo di sinistra che abbia il coraggio di affermare una semplice banalità come questa.


All'inizio del secolo girava per l'Italia un calzolaio di nome Malatesta. Era un anarchico, e fu per molto tempo il rivoluzionario più amato dal popolo. Era un anarchico e odiava lo Stato e la polizia. Non odiava i poliziotti, odiava l'istituto poliziesco in quanto espressione della violenza dello Stato. Le madri dei ragazzi proletari lo amavano. Perché? Perché dove andava lui, la criminalità spariva, i ragazzi allo sbando smettevano di delinquere, di bere ed ubriacarsi. Malatesta non andava nei salotti buoni a dire che la criminalità era una fissazione di gente che odiava il proletariato: lui andava dai delinquenti e li faceva smettere.


Invece oggi abbiamo una “sinistra” che è divenuta statalista in blocco, che vive di Stato, che pare non poter vivere senza Stato. Una sinistra che rivendica con forza la presenza dello Stato, una sinistra del tutto uguale al fascismo storico, quello vero, che imponeva la cultura di Stato, il manganello di Stato e la protezione di Stato. Finché questa sinistra continuerà ad invocare e chiedere e domandare sempre più Stato, non avrà nessuna credibilità quando andrà a tacciare questo e quello di essere “razzisti” e “xenofobi”.





giovedì 15 maggio 2008

Il beduino ci attacca. Forse.

Repubblica riprende con titoli tonitruanti un articolo di un giornale svizzero. Spara il quotidiano fondato dal simpatico vecchierello: "Al Qaeda progetta attacchi agli europei di calcio". Segue testo:


GINEVRA - Al Qaeda pianifica attentati contro gli Europei di calcio, in programma dal 7 al 29 giugno in Austria e Svizzera. L'allarme arriva dalla polizia elvetica dopo che messaggi minacciosi sono comparsi su siti islamisti. "Gli europei 2008 sono un obiettivo citato dalle reti del terrorismo islamico", ha riferito il portavoce della polizia federale, Juerg Buehler, al quotidiano La Libertè, "stiamo seguendo la situazione con grande attenzione".


Repubblica riporta fedelmente quello che ha letto dal giornale francese. E così i lettori italiani si spaventano. Se invece i lettori fossero australiani, dormirebbero sonni più tranuqilli. Infatti, il sito di notizie “News.com” ha fatto lo scoop del secolo: dopo aver telefonato alla polizia di Ginevra, ha potuto parlare con il portavoce della polizia federale e ci ha fatto quattro chiacchere. Dalle quali è nato un articolo titolato “Nessuna prova di minacce al campionato”.


Intervista e relative virgolette delle parole del portavoce:


Non è cambiato niente riguardo alla nostra analisi della minaccia. Si può affermare ancora una volta che fino ad ora non c'è prova di azioni concrete volte a preparare un attacco contro la Svizzera e Euro 2008”.


Parola di portavoce ufficiale. Complimenti a Repubblica per il sempre ottimo servigio reso ai lettori. Poi si chiedono perché le piazze si riempiono per far abolire l'ordine dei giornalisti.

sabato 26 aprile 2008

La nuova frontiera del terrorismo

L'angolo del buonumore, gentilmente fornito dal New York Times:

Un ex-insegnante di una scuola musulmana del Maryland è stato condannato ancora a 15 anni di prigione per aver fornito supporto ad un gruppo terrorista pachistano, anche se una corte di appello federale ha ordinato al giudice di riconsiderare la sentenza originale. L'accusato, Ali Asad Chandia, è uno dei dodici uomini arrestati in quanto parte di quella che l'accusa ha detto essere una rete che usava il gioco del paintball per addestrarsi alla guerra santa. Chandia non ha partecipato al gioco ma conosceva qualcuno di quelli accusati di giocare. E' stato arrestato con l'accusa di fornire supporto militare ad un gruppo militare pachistano che si oppone al governo indiano del Kashmir.

L'esercito israeliano a Hebron

Una traduzione di un articolo del Christian Science Monitor sulla situazione nella Cisgiordania. La descrizione di quale siano le operazioni quotidiane svolte dai soldati israeliani contro i Palestinesi, ufficialmente preseti lì per difendere un avamposto di coloni ebrei.

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Ex soldato israeliano svela gli abusi sui Palestinesi

di Ilene R. Prusher
25 aprile 2008


TEL AVIV – Doron Efrati è stato assegnato alla brigata Kfir, parte di un battaglione di fanteria creato appositamente per operare in Cisogiordania dopo lo scoppio della seconda intifada.


Poiché avrebbe dovuto prestare servizio militare in ogni caso, ha pensato di offrirsi per andare nei territori occupati da Israele, "per vedere cosa accade veramente e forse cambiare le cose", dice. "Ma non ci sono riuscito".


Oggi è uno dei 39 soldati da poco congedati le cui testimonianze fanno parte di una nuova triste relazione sulla condizione di Hebron (Cisgiordania) dove le Forze di Difesa Israeliane (IDF) sorvegliano una volatile popolazione di circa 7-800 coloni ebrei che vivono in mezzo a quasi 170000 Palestinesi. La relazione, di 118 pagine, che parla di sistematici maltrattamenti dei Palestinesi da parte sia dei soldati che dei coloni, è stata pubblicata durante le vacanze per la Pasqua ebraica.


[...]


La relazione, preparata dal gruppo non-governativo "Breaking the Silence" [Rompere il silenzio, N.d.T.] intende mettere in discussione quello che il gruppo considera una semplice assunto di Israele, secondo cui il contrasto Israele-Palestinesi in Cisogiordania si è calmato da quando l'intifada Al-Aqsa si è esaurita nel 2004.


"Molte persone vengono a dirci 'Oh, è tutto passato'" – spiega Yehuda Shaul, direttore esecutivo del gruppo, che ha portato 3000 persone a Hebron per aprir loro gli occhi. Al contrario, aggiunge, vede gli abusi divenire legalizzati in maniera sempre crescente. "Il principio di Break the Silence è comprendere l'elevato costo morale di un'occupazione militare."


Interrogato sulla relazione, il portavoce dell'IDF ha detto in un comunicato scritto che "tutti i soldati dell'IDF di tutti i gradi hanno ordine di seguire un rigido protocollo di guida morale che regola i codici di condotta in combattimento. I soldati dell'IDF operano secondo questo protocollo, che indica il modo in cui devono e hanno ordine di comportarsi in ogni momento."


Ma, nella relazione, 39 soldati da poco congedati che hanno prestato servizio nell'area di Hebron tra il 2005 e il 2007 descrivono una costante e ripetuta violazione di questi protocolli. Efrati è uno dei cinque che ha reso pubblica la propria identità; la maggior parte è rimasta anonima. L'IDF non investiga "denunce anonime", ha detto il portavoce, che ha chiesto di non riferire il suo nome per rispettare la politica dell'esercito israeliano.


Una delle peggiori esperienze di Efrati è iniziata quando alcuni ragazzini palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie Molotov contro la sua unità quando era di pattuglia nella parte sud di Hebron. Circa 40 minuti dopo, afferma, altri soldati della sua unità hanno identificato e ucciso uno dei giovani che tiravano bottiglie incendiarie. Aveva 11 anni.


"Nei media israeliani venne data la notizia che era stato ucciso un terrorista con una bottiglia Molotov" ricorda, sedendo in un bar di Tel Aviv. "Non mi sentivo a mio agio, ma alla maggior parte dei miei amici non importava, e avevamo così tanto da fare. Queste cose accadevano di continuo", afferma.


Il portavoce dell’IDF ha detto che in caso di incidente "gli ufficiali di ogni unità in contatto diretto con la popolazione civile della Cisgiordania prendono le misure necessarie ad assicuare che incidenti simili, che siano un fatto comune o altamente inusuali, non si ripetano".


Ma Efrati descrive numerose azioni di cui è stato continuamente testimone. Una di queste azioni consiste nel chiudere a chiave una famiglia intera in una stanza e poi usare il resto della casa – compreso il tetto – come una base. Ha detto che in una di queste azioni, nel villaggio di Tarkumiyeh vicino Hebron, i soldati sono rimasti nella casa per tutta la notte. Altre jeep [israeliane] con le sirene accese sono arrivate al mattino, con l’intento di provocare la folla. Quando sono cominciate a volare le pietre, i soldati potevano sparare dal tetto.


Michael Manekin, uno dei leader di Breaking the Silence, che ha raccolto le testimonianze di oltre 500 soldati, dice che questa è una "procedura standard". Efrati afferma che l’unica spiegazione data loro per questa operazione è che c’erano "un sacco di terroristi nel villaggio." Ha detto che in una occasione, quando è stato testimone di una chiara violazione delle regole (un commilitone che picchiava qualcuno che era già stato ammanettato ed era calmo) ha protestato con il suo comandante. La risposta? "I panni sporchi si lavano in casa."


Efrati descrive anche le missioni notturne cui veniva regolarmente destinato, che consistevano nell’irrompere nelle case alle prime luci dell’alba, mettere a soqquadro la casa e cercare armi. Spesso queste missioni avevano lo scopo di fare una "mappatura" – tenere traccia di chi vive dove – ma lui e molti altri che hanno testimoniato per la relazione affermano che questa tecnica non serve a colpire specifiche attività militari, ma per instillare la paura. "Si fa così perché vogliamo che i Palestinesi abbiano la sensazione che noi possiamo essere ovunque in qualunque momento. La prima volta che entri nella casa di qualche famiglia, ti chiedi perché lo stai facendo. Ma dopo due o tre volte ti abitui."


Le storie di Efrati non sono affatto le peggiori della relazione. Le testimonianze includono dettagli di pestaggi di Palestinesi, di arresti per controlli senza ragione, di obbligo a mantenere posizioni scomode. Secondo una difficile testimonianza, un soldato – infastidito da un contadino palestinese che frustava il suo mulo – decide di cavalcare l’uomo e di fargli provare un assaggio della stessa frusta.


I soldati descrivono un flusso costante di violenza e vandalismo da parte dei coloni contro i Palestinesi, in parte catturato dall’esteso sistema di videocamere attraverso cui l’IDF monitora cosa accade nella città. Ma se la relazione è corretta, le riprese raramente vengono date alla polizia per accusare i coloni.


Alcune delle prove più schiaccianti sono state date a condizione dell’anonimato – alcuni soldati temono azioni legali, e altri temono le pressioni sociali per rimanere in silenzio. Dice Shaul: "Spero che facendo questo, le persone riuscirano a rompre prima il loro silenzio".






martedì 22 aprile 2008

Agita il cane

Non vorremo mai e poi mai interrompere l'interessantissima corsa alla poltrona che sta appassionando gli italiani; né vorremmo distrarli dagli ultimi fatti di cronaca nera, con cadaveri e coltelli... e invece sì.


Infatti, a differenza di quel che si possa pensare, in Italia al governo c'è ancora la sinistra di Prodi e compagni, e non se ne sta certo con le mani in mano, soprattutto in questo momento così favorevole, quando i riflettori sono puntati in tutt'altra direzione.


Apprendiamo infatti dalla stampa israeliana che Massimo D'Alema, Ministro degli Esteri, sta brigando per far aderire l'Italia ad "un consenso europeo sul programma nucleare iraniano [...] spianando la strada per nuove sanzioni [contro l'Iran]". E' il quotidiano Haaretz a darci la notizia, per voce di una personalità del governo israeliano.


"Il Ministro degli Esteri uscente, Massimo D'Alema, dovrebbe annunciare la nuova posizione di Roma alla riunione del Consiglio dei Ministri Europei alla fine di aprile".


Mentre la nazione non ne sa niente, mentre non c'è nemmeno un Parlamento funzionante e con un governo che dovrebbe limitarsi a svolgere il minimo indispensabile, scopriamo dalla stampa israeliana che l'Italia si sta per scagliare contro l'Iran con un inasprimento delle sanzioni. Ma il motivo ci sarà, evidentemente. Forse che l'Iran sta ammassando truppe al confine? Forse che sta bombardando dal cielo una qualche nazione? No. Il cambio di rotta è avvenuto perché "il governo uscente non vuole dare la possibilità al futuro premier Berlusconi di farlo passare come un governo che ha agito contro l'intera Unione Europea."


E' chiaro il dispettuccio di D'Alema? Cerchiamo di far morire di fame un po' di iraniani, così Berlusconi non ci dice che mangiamo i bambini. Ma mai e poi mai lo facciamo per seguire scodinzolanti Israele.


Infatti, continua Haaretz, "Gerusalemme ritiene che il ritorno di Berlusconi rafforzerà la linea favorevole all'aggiunta di nuove sanzioni contro l'Iran." D'Alema cerca di fregarlo quindi sul tempo, per poter dire di essere stato lui a far morire di fame gli iraniani, e non Berlusconi.


"Israele ha tenuto delle discussioni strategiche con Francia, Germania e Inghilterra nelle scorse settimane, concentrandosi sul programma nucleare dell'Iran in corso."


Ora viene il bello: si scopre che "l'Italia era il principale avversario al rafforzamento delle sanzioni contro l'Iran nell'ultimo anno. L'Italia ha bloccato la ratifica di una terza risoluzione del Consiglio di Sicurezza sull'Iran. La posizione dell'Italia era basata almeno in parte su interessi economici. Circa una settimana fa l'Italia era stata definita il più grande partner commerciale europeo dell'Iran, dopo che gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto i sei milioni di Euro."


Niente di particolare, in fin dei conti le cose funzionano così a questo mondo, se ho un vantaggio economico cerco di proteggere i miei interessi. Ma sentiamo in cosa consisteranno le sanzioni: "saranno dirette soprattutto contro le istituzioni finanziarie iraniane e contro i conti bancari europei di proprietà di entità connesse al programma nucleare di Teheran. Le sanzioni dovrebbero anche limitare i permessi per le esportazioni delle aziende europee verso l'Iran".


Ricapitoliamo. Israele fa il giro delle potenze nucleari europee e si capisce che in qualche modo le convince a unirsi contro il programma nucleare iraniano. Attenzione però: non contro gli armamenti nucleari dell'Iran (che nemmeno vengono nominati), ma contro il suo programma nucleare in toto. Cioè lo stesso programma che è in corso da anni in quegli stessi Paesi. L'unica a non essere d'accordo è l'Italia, che trae proficui vantaggi dal commerciare con l'Iran e che – incidentalmente – è l'unica a non avere un programma nucleare proprio. Tuttavia, ben oltre la fine della legislatura, dopo le nuove elezioni e mentre si sta per varare un nuovo governo di segno opposto al precedente, quest'ultimo, di nascosto, inverte completamente la rotta della politica estera italiana senza dire niente.


E lo fa andando contro gli interessi italiani nella regione, per andare a colpire senza motivo apparente l'Iran, il quale nulla ha fatto se non essere l'ossessione di Israele.


Intanto, dall'altra parte dell'oceano, uno dei candidati a divenire il futuro presidente Usa nelle liste dei Democratici (ironia della sorte, lo stesso nome del partito del Ministro D'Alema), Hillary Clinton, in una intervista ha minacciato apertamente gli iraniani (non il governo iraniano, ma "the Iranians"): il giornalista della ABC News le ha chiesto cosa farebbe lei in caso di attacco nucleare dell'Iran contro Israele. Risposta:


"Voglio che gli iraniani sappiano che se sarò presidente, attaccheremo l'Iran. Nei prossimi 10 anni, duranti i quali potrebbero, da stupidi, pensare di attaccare Israele, saremmo in grado di distruggerli completamente".


Ma non è finita qui. Mentre il mondo guarda al programma nucleare iraniano (che non presenta alcuna bomba al suo attivo), in America un un procuratore federale cosa ha pensato di fare? Di arrestare un ex ingegnere meccanico dell'esercito con l'accusa di "aver cospirato per svelare documenti della difesa americana a Israele e di aver agito come un agente del governo israeliano", a cavallo tra gli anni '70 ed '80. L'ingegnere fa di nome Ben-ami Kadish e passava un bel po' di documentazione sulle armi nucleari americane ad un impiegato del Consolato israeliano a New York, rimasto anonimo.


Cattivi presagi per questo inizio di millennio, troppa gente che gioca con il fuoco. Teniamo duro e speriamo bene.



lunedì 21 aprile 2008

Il problema è il traffico

La Lega Nord è ormai un partito che ha un passato politico alle spalle. Non è più il nuovo che avanza, non è più l'avanguardia delle classi operose, non è più il movimento esterno al sistema che strepitava per abbatterlo.


Un tempo la Lega era tutto questo. A differenza degli intellettuali da quotidiano che trattano i leghisti come sub-umani con cappucci bianchi e croci infuocate, che girano per le città dando la caccia ai "negri", chi veramente ha vissuto il fenomeno leghista ai suoi albori sa benissimo che questa è una caricatura idiota che non ha (aveva) riscontro nella realtà.


In molti hanno ignorato, e molti di più hanno dimenticato, che gli slogan della Lega non erano contro "i negri". Erano contro i politici, contro la mafia e contro la massoneria. Erano contro i fascisti vecchi e nuovi. Erano contro, sia pure in forme poco raffinate e decisamente populistiche, i poteri che da sempre comandano in Italia. Potevano o non potevano piacere, quei leghisti della prima ora, ma non gli si può negare di aver degli obiettivi chiari e decisamente "alti".


Immaginatevi quale partito oggi oserebbe affiggere manifesti con un massone incappucciato e gridare contro Berlusconi definendolo "il mafioso di Arcore". Quale partito brandirebbe un microfono per minacciare di fronte alle telecamere di "andare a stanare i fascisti casa per casa", intendendo chiaramente Alleanza Nazionale?


Nessuno. Nessuno che intenda prendere voti. Nessuno che non voglia vedere le proprie sedi razziate dalla Digos.


Ma poi la storia è andata avanti. La Lega della Roma ladrona si è fatta beccare con il sorcio in bocca anche lei, una condanna per corruzione per alla tangente Enimont. Poca cosa, spiccioli se paragonati a quelli presi dagli "altri", ma sono i simboli che contano.


Poi via, al governo con il mafioso di Arcore, e via via sempre più potere nei posti che contano e in quelli che contano meno. Finché anche la Lega diventa partito istituzionale, non vuole più la secessione (adesso che c'è lei a Roma, dalla parte del ladrone) ha i suoi parlamentari e i suoi ministri e comincia a comportarsi come ci si aspetta che faccia, come tutti hanno sempre sperato si comportasse: basta parlare di ladri di Stato, basta parlare di mafia e massoneria! Tutti col cappellone cornuto in riva al Po a prendersela coi negri, il male d'Italia.


Nel 2008 torna al governo, insieme ai "fascisti" che si è dimenticata di stanare, e insieme al mafioso di Arcore. E probabilmente si aggiudicherà all'asta il Ministero dell'Interno. In pratica, alla Lega sta per arrivare la gestione del manganello, delle carceri, dei rapimenti di Stato modello Abu Omar e la gestione delle piazze tipo Genova 2001. Il probabile futuro ministro sarà Maroni, famoso per essere stato un sassofonista amatoriale e – credo – per nulla di più.


L'intervista è apparsa sul Corriere della Sera, quindi non aspettatevi chissà quali domandone acide. L'inizio è dei soliti, traccheggiamenti in politichese, la sinistra, noi, la legge. Infine arriva la domanda seria: "C'è un'emergenza criminalità?" In Italia, se non c'è un'emergenza, il giornalista non si scomoda. Non importa se l'emergenza è costante da decenni, e quindi non è un'emergenza, ma la parolina magica deve spuntare sempre. A questo punto ci ricordiamo la vecchia Lega di una volta, quella della mafia, della massoneria; sappiamo che in Italia c'è una questione criminalità, perbacco se lo sappiamo! Il sud Italia è in mano alle cosche, varie ed assortite; pizzo, traffico di droga e di armi, omicidi, bombe. E poi la mafia del Nord, che c'è ma non si vede. Risponde allora Maroni:


«Sì. Collegata all'immigrazione, spesso clandestina.»


Eh, come no. Il problema sono gli immigrati, non tutto il resto. Sono gli immigrati che arrivano sul barchino soli soletti con cinque bustine di droga in saccoccia ed un coltello, sbarcano a Milano, spacciano la droga a clienti innocenti che loro non sapevano da dove veniva, poi spendono i soldi guadagnati in alcol e accoltellano la gente. Tutti uguali, questi qua.



Amato dice che gli stupri sono diminuiti. E che i patti per la sicurezza nelle città funzionano.
«Ma sono aumentati gli altri reati. I patti non hanno funzionato bene dappertutto e sono insufficienti, anche se bisogna proseguire su questa via».


Avrei una domanda anche io: cosa sono i patti per la sicurezza? Si va nel parco dallo spacciatore cattivo e gli si chiede di non spacciare, per favore? Se c'è un giornalista in giro, magari lo spiega anche a noi.



Che provvedimenti prenderà il governo Berlusconi sulla sicurezza?
«Più rigore contro l'immigrazione clandestina. Serve più pulizia e polizia ».


C'è di buono che, almeno per ora, non ci ha detto che l'immigrazione avviene principalmente via internet, e che quindi bisogna controllare la mail di tutti gli italiani per essere sicuri. Poi serve più pulizia, e mi sta bene (anche se dovranno assumere un bel po' di extracomunitarie per fare tutte queste pulizie), ma poi tira fuori la polizia. Qui mi fanno sempre paura: ho ancora negli occhi l'immagine di una volante che si ferma in autostrada, con il poliziotto che scende dalla macchina, attraversa tutta l'autostrada a piedi, estrae la pistola e spara a caso verso un autogrill, contro una macchina ferma, uccidendo un ragazzo. Quando mi propongono più cose del genere, io inizio a mettere i sacchetti di sabbia alle finestre.



Non si rischia di esagerare?
«Non vogliamo militarizzare il territorio, ma controllarlo. Coinvolgendo le autonomie locali».


Notare la classica scusa non richiesta di Maroni: senza motivo dice di non voler militarizzare il territorio, quindi significa che lo vuole militarizzare. Comunque vorremmo rassicurare tutti, che il territorio italiano è già militarizzato, da circa 150 anni: ogni paese con la sua caserma che ospita militari che sorvegliano i cittadini. Si chiamano Carabinieri e ci sono anche le barzellette.



Cioè i sindaci.
«Ha visto il patto siglato dai primi cittadini a Parma? Ecco, quello è l'esempio migliore».


Per chi ha votato a sinistra: memento mori. E ancora non so cosa siano questi patti.



Ora c'è il fenomeno del sindaco- sceriffo di sinistra.
«Non ci sorprende, abbiamo sempre anticipato i tempi».


Vantatene.



Rutelli propone il braccialetto elettronico per le donne.
«Non gli crede nessuno. Alle donne i braccialetti piacciono, ma Rutelli poteva svegliarsi prima. Per due anni ha fatto tutto il contrario, ha approvato anche l'indulto. C'è anche un problema di credibilità».


Quindi abbiamo scoperto che Maroni e Rutelli vogliono mettere il braccialetto alle donne, cioè vogliono mettere il guinzaglio elettronico in modo da poter sapere sempre dove sono. Bene, poi mettiamogli anche una tuta a strisce e via a spaccar pietre lungo le strade di campagna.



Castelli dice che i carcerati sono pochi e devono aumentare.
«Ha ragione. Ma bisogna agire innanzitutto sul piano della prevenzione. E poi, certo, anche su quello della certezza della pena».


Nuovo slogan della politica italiana: più carcerati per tutti!


E la mafia ringrazia.

lunedì 14 aprile 2008

Do you like music, Mr. Finch?

Ultima giornata di elezioni. Sbrigatevi, manca poco allo scadere del vostro diritto di voto!






"He was you, and me... He was all of us"


domenica 13 aprile 2008

Vota Antonio, vota Antonio!

La causa delle Guerre Persiane, uno dei fatti storici che più hanno influito l'immaginario culturale del mondo occidentale.

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Per la seconda volta nuovi guai per gli Ioni cominciarono a originarsi da Nasso e da Mileto. Nasso da una parte primeggiava fra le isole per la sua prosperità, dall'altra, in quegli stessi anni, Mileto era al massimo del suo splendore e, di più, era la vera perla della Ionia [...]


Ecco poi come allora da queste città cominciarono a sorgere guai per la Ionia. Fuggirono da Nasso, perseguitati dal popolo, uomini del ceto benestante, fuggirono e si recarono a Mileto. Per l'appunto reggeva Mileto Aristagora, figlio di Molpagora, genero e cugino di Istieo figlio di Lisagora, quello che Dario tratteneva a Susa. Istieo era tiranno di Mileto e si trovava a Susa proprio nel periodo in cui giungevano a Mileto i Nassi, già antichi ospiti di Istieo. I Nassi, una volta arrivati a Mileto, chiesero ad Aristagora se in qualche modo poteva fornire loro delle truppe con cui rientrare in patria. E Aristagora, considerando che se fossero rientrati in patria grazie a lui, avrebbe comandato su Nasso, facendosi forte dei vincoli di ospitalità di Istieo rivolse loro il seguente discorso: "Io personalmente non sono in grado di garantirvi una forza tale da farvi rientrare contro la volontà dei Nassi che tengono la città. Mi dicono infatti che i Nassi dispongono di un corpo di 8000 uomini e di molte navi lunghe; ma escogiterò qualcosa con tutta la mia buona volontà. Ecco come io ragiono. Si dà il caso che Artafrene sia un mio amico; Artafrene, lo sapete bene, è figlio di Istaspe e fratello di re Dario, e comanda su tutti gli abitanti della fascia costiera asiatica, disponendo di un esercito numeroso e di molte navi. Lo ritengo l'uomo adatto per realizzare quanto desideriamo". Udito ciò, i Nassi incaricarono Aristagora di agire come meglio poteva; lo invitarono a promettere doni e il vettovagliamento dell'esercito, a cui avrebbero provveduto essi stessi, perché nutrivano molte speranze che i Nassi avrebbero obbedito ai loro ordini appena essi fossero comparsi nelle acque di Nasso; speravano lo stesso degli altri isolani: in effetti di tutte queste isole (Cicladi) nessuna era ancora sotto Dario.


Aristagora si recò a Sardi e disse ad Artafrene che Nasso era un'isola non grande, quanto a estensione, però bella e fertile, e vicina alla Ionia, piena di ricchezze e di schiavi. "Tu dunque muovi guerra a questo paese, rinsedia in Nasso gli esuli fuoriusciti. Se lo fai, ho pronto per te molto denaro oltre le somme necessarie per l'esercito (che giustamente tocca a noi, che vi guidiamo, di pagare); tu aggiungerai ai domìni del re varie isole, Nasso stessa e quelle dipendenti da Nasso, Paro e Andro e altre, le così chiamate Cicladi. Muovendo da quelle basi metterai facilmente le mani sull'Eubea, un'isola vasta e prospera, non inferiore a Cipro e sicuramente più facile a prendersi. Ti basteranno cento navi per conquistarle tutte". E Artafrene gli rispose così: "Tu ti fai per la casa reale promotore di imprese eccellenti e sei anche buon consigliere in tutto, tranne che per il numero delle navi. Invece di cento ne avrai pronte duecento all'inizio della primavera. Ma per questo occorre l'approvazione personale del re".


Ascoltata la risposta, Aristagora, tutto soddisfatto, se ne tornò a Mileto; Artafrene a sua volta, mandò a riferire a Susa le parole di Aristagora; ricevuta la approvazione personale di Dario, equipaggiò duecento triremi, allestì un contingente assai numeroso di Persiani e di vari altri alleati e vi pose a capo Megabate, un Persiano della famiglia Achemenide, cugino suo e di Dario. [...] Affidato il comando a Megabate, Artafrene spedì l'esercito a raggiungere Aristagora.


Megabate prese con sé da Mileto Aristagora, il contingente della Ionia e i Nassi e navigò apparentemente in direzione dell'Ellesponto; quando giunse a Chio andò a fermare le navi a Caucasa, intenzionato a passare da lì a Nasso approfittando del vento di nord. Ma poiché evidentemente non era destino che i Nassi perissero per opera di questa spedizione, capitò il seguente fatto. [...]



I Nassi [...] trasferirono dentro le mura quanto avevano nei campi, fecero provviste di cibo e di bevande per sostenere un assedio e rinforzarono le mura. Costoro dunque si preparavano per una guerra imminente, gli altri, una volta trasferita la flotta da Chio a Nasso, assalirono gente ormai arroccata nelle sue difese e la assediarono per quattro mesi. Quando i Persiani ebbero esaurito le scorte con cui erano venuti e molto ebbe sborsato Aristagora in aggiunta di tasca sua, mentre l'assedio necessitava di ulteriore denaro, edificarono una fortezza per gli esuli di Nasso e si ritirarono in brutte condizioni sul continente.

Aristagora non era in grado di mantenere la promessa fatta ad Artafrene; intanto gli pesavano le spese militari che gli si chiedevano, poi lo spaventavano il cattivo stato dell'esercito e l'aver litigato con Megabate: pensava che gli avrebbero tolto il governo di Mileto. In apprensione per ciascuna di queste ragioni, meditava una ribellione; e proprio in quel momento per combinazione arrivò da Susa, da parte di Istieo, il messaggero con segni tatuati sul capo che avvertivano Aristagora di ribellarsi al re. Infatti Istieo, volendo comunicare ad Aristagora l'ordine di insorgere, non aveva sistema sufficientemente sicuro per avvisarlo, dato che le strade erano tutte sotto controllo; allora, rasato il capo al più fidato dei suoi servi, vi tatuò dei segni, attese che ricrescessero i capelli e appena furono ricresciuti lo mandò a Mileto con il solo incarico, una volta giuntovi, di invitare Aristagora a radergli i capelli e a dargli una occhiata sulla testa. Il tatuaggio ordinava, come ho già detto, la ribellione. Istieo agiva così perché gravemente tormentato dalla propria segregazione a Susa; se fosse scoppiata una rivolta aveva certo buone speranze di essere rispedito verso il mare, pensava invece che se a Mileto non succedeva nulla non vi sarebbe tornato mai più.

Istieo, dunque, agitato da questi pensieri, mandava il messaggero; ad Aristagora accadde che tutti questi eventi coincidessero. Si consigliava dunque con quelli della sua fazione rivelando la propria idea e il messaggio ricevuto da parte di Istieo. Tutti gli altri si trovarono d'accordo con lui e lo esortarono a ribellarsi; invece lo scrittore Ecateo in un primo momento sconsigliava di far guerra al re dei Persiani, specificando tutti i popoli su cui Dario comandava e l'entità della sua forza; ma visto che non riusciva a persuaderli, in un secondo momento propose loro di impegnarsi per diventare padroni del mare. E disse, continuando, che non lo vedeva raggiunto questo obiettivo in altro modo (già si sapeva che militarmente Mileto era debole): ma se avessero prelevato le ricchezze consacrate nel santuario dei Branchidi da Creso di Lidia, nutriva buone speranze che avrebbero conseguito il dominio del mare. E così loro avrebbero potuto usufruire di quel denaro e i nemici non avrebbero potuto rapinarlo. Si trattava di ricchezze ingenti, come ho chiarito già nel mio primo libro. L'idea di Ecateo non si impose; si decise comunque di ribellarsi e che uno di loro si recasse a Miunte presso l'esercito di stanza là dopo la ritirata da Nasso, e cercasse di catturare gli strateghi imbarcati sulle navi.

[...]


Aristagora si recò ad Atene; Atene si era liberata dei tiranni [...] Presentatosi davanti al popolo, Aristagora [tenne un discorso] sulle ricchezze dell'Asia e sulla guerra contro la Persia, come cioè fosse facile sconfiggerli dato che non usavano né scudo né lancia. Ripeté tutto questo e aggiunse che i Milesi erano coloni di Atene e quindi logicamente si attendevano una difesa dagli Ateniesi, tanto potenti. Non tralasciò promessa, da uomo stretto nella morsa della necessità, finché non li convinse. Evidentemente è più facile abbindolarne molti che uno solo, se Aristagora non fu capace di ingannare lo spartano Cleomene, un solo individuo, e ci riuscì invece con trentamila Ateniesi. Gli Ateniesi, persuasi, decretarono di mandare venti navi in soccorso degli Ioni, nominandone comandante Melantio, un cittadino eminente da ogni punto di vista. Queste navi furono origine di sventura per i Greci e per i barbari.


[...]


Aristagora, dopo l'arrivo delle venti navi ateniesi, accompagnate da cinque triremi di Eretriesi [...] Aristagora organizzò una spedizione contro Sardi. Lui non vi prese parte, ma rimase a Mileto nominando altri strateghi alla testa dei Milesi, suo fratello Caropino e, fra gli altri cittadini, Ermofanto. [...] Sardi fu devastata dalle fiamme; bruciò anche il tempio della dea locale Cibebe, più tardi preso a pretesto dai Persiani per dar fuoco ai santuari dei Greci. [continua]

sabato 12 aprile 2008

Vigilia elettorale

Eccoci finalmente al gran momento! Le elezioni...

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LA SCUOLA IONICA di G. Lucini


Questa più antica speculazione, pone per la prima volta in evidenza la possibilità e la necessità di un sapere della natura, una fusione di Physis (natura) e lògos (razionalità). Ciò che spinge la speculazione di questi filosofi, è l’ossessione dell’origine, il capire da che cosa tutto abbia avuto inizio. Dunque, già nella ragione stessa della ricerca, che non si accontenta della spiegazione mitica, vi è una differenziazione dal mito. L'impulso di risalire a un'origine è già nel mito, che estende la spiegazione al tutto dell'essere: si chiede da dove e perché il tutto, ma poi affida la spiegazione non alla ricerca delle cause, ma al racconto religioso.

"Teogonia" di Esiodo e "Cosmogonia" di Ferecide di Siro, riconducono tutta la realtà a un primo "Ente", nel postulato che da esso sia nato il tutto. Il mito però non ha ancora il linguaggio concettuale e relazionale del lògos, ma solo quello del racconto (mython). Physis rinvia a phyèin che significa generare, crescere. Così l'ambito della physis coincide con quello della genesis. La ricerca dunque si rivolge al principio primo, quello che ha generato tutto il mondo, l’essere, che sarà il principale tema della filosofia occidentale.

Gli autori sono indecisi se Talete fosse di origine fenicia o nativo di Mileto, dove visse dal 640 al 570 circa a.C. (una vita dunque molto lunga). Il pensiero di Talete ha senza dubbio molti riferimenti alla civiltà Mesopotamica e Egiziana. "Aristotele e Ippia dicono che dette una parte di anima anche alle cose inanimate arguendo questo dalla calamita e dall'ambra", scrive Diogene Laerzio. Sempre secondo Diogene, "sembra che nel campo politico sia stato consigliere eccellente”. Talete fu inoltre molto considerato dagli antichi per la sua sapienza, gli studi astronomici, la capacità di geometra. "Per primo Talete ebbe il nome di sapiente e per primo disse che l'anima è immortale e spiegò eclissi ed equinozi". (Lessico di Suidas). Questi riferimenti già inquadrano il filosofo, che deduce dall’osservazione, che spiega gli equinozi, ecc., non riferendosi al mito, ma da solo, seguendo il suo pensiero.

A Talete non si può applicare la mentalità aristotelica, perché la causa prima da lui trovata, l'acqua, non è solo una causa materiale ma è per lui il tutto, causa materiale, efficiente, formale, ecc. Aristotele cerca di dare la spiegazione... [continua]


giovedì 3 aprile 2008

L'essenza della democrazia

La campagna elettorale si fa incandescente ed ovviamente i foglietti scandalistici di provincia come il Corriere e Repubblica si dedicano con passione a questioni del tutto minoritarie per stuzzicare l'appetito dei loro lettori affamati di pettegolezzi, celebrità e immagini truculente.


Nessuno stupore quindi che abbiano dedicato un discreto spazio alle vicende di Giuliano Ferrara e del suo comizio bolognese. Solo che, dopo aver appreso dei fatti, mi è venuto in mente il film Men in Black, in cui gli uomini che erano a conoscenza delle segrete cose leggevano regolarmente i tabloid per tenersi informati su ciò che veramente accade al mondo. Ed ecco l'illuminazione.


Leggendo Repubblica e il Corriere ho capito di avere di fronte non una notizia, ma una fotografia del mondo in cui viviamo, la Democrazia, quella della Repubblica e della Costituzione (tutto rigorosamente maiuscolo). Ecco la foto:


La democrazia è quella cosa per cui un vecchio giornalista, dopo essere stato un bolscevico filosovietico, dopo aver predicato la violenza, dopo aver saltato la sponda ed aver cominciato a prendere marchette dal servizio segreto nemico di quelli per cui aveva precedentemente lavorato, dopo aver lavorato per l'uomo più ricco d'Europa, ex-massone, costantemente con un piede in gattabuia e costantemente salvato dal politico di turno, dopo aver fatto tutto questo, decide di entrare in politica gridando cose a caso riguardo un argomento qualunque preso dalle Pagine Gialle.


La democrazia è quella cosa in cui un buon numero di persone vota il personaggio di cui sopra, mentre un altro buon numero di persone contesta un personaggio del genere con gli stessi argomenti con cui egli contesta l'argomento qualunque, cioè con grida ed insulti.


La democrazia è quella cosa in cui la polizia pesta donne in piazza sotto gli occhi delle telecamere, evidentemente non temendo alcuna ripercussione (soprattutto perché sono soliti coprirsi il volto con dei fazzoletti come i cowboy dei film di Sergio Leone).


La democrazia è insomma quella cosa dove un branco di tifosi mette al potere un vecchio servo di lungo corso a mandare la polizia a pestare per strada un branco di tifosi avversari.


In pratica, democrazia significa essere in un vicolo chiuso, di notte, con John Holmes e Rocco Siffredi in piena crisi di astinenza da sesso, avendo la possibilità di scegliere quale dei due si sfogherà. Per primo.


Ah, per chi stesse pensando agli oggetti lanciati contro Ferrara, pare anche dei sassi, ovviamente non parlerò nemmeno di provocatore, perché è come se Siffredi venisse assolto al processo di stupro perché voi lo avete provocato nel vicolo scuro.