Giovedì sera è andata in onda una puntata di “Annozero” dedicata al problema della sicurezza in Italia. Ospiti in studio – tra gli altri – Castelli, ex ministro della giustizia, e Tosi, sindaco di Verona. Il programma non si è distaccato in nulla dal solito Santoro: politici che gridano e interviste raccolte per la strada, dove la voce della ggente è sempre ringhiosa e manichea (con molta probabilità a causa del montaggio).
La sensazione costante è quella di essere seduti al famoso “Bar Sport” durante i Mondiali di calcio: tutti commissari tecnici, tutti che sanno solo loro mentre gli altri non capiscono niente; e così, se voi non sapete niente di calcio, in mezzo a tutti questi oratori dell'aperitivo, continuerete a non capirne niente e prenderete la decisione di iscrivervi ad un corso di badminton.
Tuttavia i programmi di Santoro hanno l'enorme pregio di riassumere in una serata tutto il chiacchiericcio massmediatico della settimana precedente. Se avete voglia di conoscere quali sono i vari falsi problemi e contrasti di facciata della politica italiana, guardate “Annozero”.
Nella puntata di giovedì scorso, dicevamo, si è per l'appunto messo in scena un classico della commedia all'italiana: la “questione sicurezza”. E' da dire che Santoro, pur dedicandosi alla commedia, ricorre tuttavia alla struttura della tragedia per dare un tono serio, e quindi ancor più esilarante, alla rappresentazione. Ecco quindi alternarsi sul palco un protagonista: il politico che vince puntando sul tema della sicurezza; un antagonista: il rappresentante delle vittime del politico; un coro: la ggente.
Ovviamente non c'è da aspettarsi da questo genere di spettacoli nulla più che due ore di divertimento, di piacere ludico. La tragicommedia santoriana è per l'appunto teatro, finzione, virtualità. Chiuso il sipario, la vita è quella di sempre.
Però Santoro possiede una capacità somma, quella di riuscire a tratteggiare con maestria eccelsa il coro, la ggente, come nessun altro sa fare. La ggente di Santoro è un quadro impressionista, privo di sfumature e particolari, fatto di pennellate veloci e contorni indefiniti, eppure così terribilmente vivo ed evocativo.
La ggente, il coro tragico, alle prese con il problema sicurezza. Giovedì Santoro è stato davvero bravo, perché è riuscito a ricreare fedelmente i discorsi che sentiamo ogni giorno. Cerchiamo quindi di analizzare senza pregiudizi il pensiero emerso dalla pancia della ggente. Il discorso non è difficile ed ha un suo senso, condivisibile o meno.
Siamo alle prese con una criminalità sempre più invasiva e violenta. La polizia non fa niente, perché non può fare niente. La criminalità più invasiva è quella degli immigrati. Siccome la polizia non può fare niente contro di loro, almeno mandiamoli via.
Di solito questo discorso viene bollato come “xenofobo” e “razzista”, frutto della propaganda mediatica che preme sul tema della criminalità. La critica però è monca, perché si limita a considerare il primo assunto (maggiore criminalità) e l'ultimo (mandiamo via gli extracomunitari) e non il ragionamento nel suo complesso.
Ciò è profondamente errato. Per il primo punto, ci si appella ai dati statistici. Questo è vero da un punto di vista formale, ma non reale. Alla ragazza che deve prendere il treno delle 21 interessa poco che in Italia ci siano stati meno omicidi nell'ultimo anno (figuriamoci, dove vive lei non ce n'è mai stato nessuno), ma le interessa molto dover camminare in mezzo a ubriachi, spacciatori e prostitute. Che non stanno commettendo alcun reato contro di lei, sia chiaro, ma che per lei costituiscono una minaccia immediata e tangibile. Quindi non si può dire che la ragazza in questione ha torto, perché sarebbe come andare a dire alle famiglie delle vittime del Concorde schiantatosi a Parigi che l'aereo è il mezzo di trasporto più sicuro. E' pur vero, ma fuori luogo.
Il secondo punto è più delicato. Il ragionamento della ggente è abbastanza lineare. I crimini da strada, quelli visibili, sono commessi dagli extracomunitari (ovviamente, essendo loro – al giorno d'oggi – le persone ai margini) quindi se noi spostiamo gli extracomunitari, sposteremo anche il crimine.
Questo conclusione è ineccepibile, se lasciamo inalterate le premesse del ragionamento. E le premesse del ragionamento non vengono mai messe in discussione. Questo ragionamento è certamente errato, ma non lo si smonta definendolo “razzista”. Un ragionamento errato si contrasta solo con un ragionamento corretto.
Il problema, dicevamo, sta nelle premesse che danno origine al ragionamento. Il problema sta nell'immaginario collettivo che è stato creato nella testa della ggente, che siamo poi tutti noi nella nostra quotidianità.
E l'immaginario collettivo divide il mondo in guardie e ladri. Il ladro scappa e la guardia insegue. La guardia acchiappa e punisce, il ladro viene preso e restituisce il maltolto. Questo è quello che deve succedere, nell'immaginario delle persone. Questa è la teoria.
Ma la pratica è diversa. Nell'esperienza delle persone i ladri non scappano, la polizia non li insegue e nessuno viene punito. Questo ce lo dicono anche le statistiche, non è certo un'invenzione degli xenofobi. In Italia il crimine paga, anche quello di strada.
La situazione è dunque quella di una teoria che non regge alla prova sperimentale, o meglio l'esperienza non conferma la teoria. La logica ovviamente impone, quando la teoria non viene confermata dal dato sperimentale, di modificare la teoria; ma questo è molto difficile. Modificare la propria teoria, cioè la propria visione del mondo, è infinitamente più difficile che ignorare quello che la nostra esperienza ci dice.
Ed è proprio questo il caso. La teoria della ggente è che la guardia insegue il ladro. E' ovvio che sia così. Qualsiasi persona di buon senso non ha alcun bisogno di dimostrare una verità tanto palese. Lo insegnano fin da bambini a scuola, nelle lezioni di educazione civica; lo si vede in tutti i film e telefilm, che la guardia insegue il ladro. E' così che deve funzionare, accidenti! E' ovvio!
E allora cosa sta succedendo se dove vado io i ladri non scappano e la polizia non li insegue? Perché no? Cosa c'è che non va? Ma è ovvio! Vuol dire che non ci sono abbastanza poliziotti, vuol dire che non ci sono leggi abbastanza severe, vuol dire che questi se ne fregano della polizia, e allora mandiamoli via, tutti! Tutti!
Perché la guardia insegue il ladro. La guardia insegue il ladro. La guardia insegue il ladro.
La guardia insegue il ladro, vero?
Però sono appena venuti a rubare in casa mia, chiamo i Carabinieri e questi per poco non si mettono a ridere. Ridono, ma io potevo anche rimanerci.
Vedo gli spacciatori davanti alla stazione, come li vedo io li vedrà anche la Polizia, perché non vanno lì a fermarli?
Anni e anni di educazione civica e televisione hanno istruito il cittadino a negare qualsiasi dato sperimentale che non si adatti alla teoria della “guardia che insegue il ladro”. E' questo un concetto talmente radicato nella mente del cittadino che nessuna realtà lo scuote.
E' inutile tacciare di xenofobia chi, invece, è semplicemente vittima del processo di rimozione inculcato dall'educazione. Perché quando il “razzista” si incazza e grida perché la polizia se la prende con i cittadini onesti e lascia stare i delinquenti, ha ragione. Solo che il “razzista” non ne trae la conclusione che volontariamente la polizia, cioè lo Stato, persegue gli onesti e lascia in pace i delinquenti, ma – forzato da anni di educazione a carico dello Stato – chiede che ci sia più polizia, cioè più Stato. Bisogna invece prendere atto, tutti quanti, che le guardie non inseguono i ladri. Le guardie se ne fottono dei ladri. Le guardie sono lì per controllare noi, non i ladri.
Bisogna ritornare ai tempi in cui i cittadini erano contadini ignoranti e analfabeti, e sapevano che la guardia era lì per loro.
Dobbiamo re-imparare da principio la funzione della polizia. La polizia è il monopolio della violenza esercitato dallo Stato per perpetuare sé stesso. La polizia serve a reprimere ogni moto e tendenza che possa incrinare il potere. La criminalità non mette in discussione lo Stato ed il potere. Sono i cittadini a farlo. Sono i cittadini che, smettendo di offrire un consenso non informato al loro stesso sfruttamento, possono mettere in discussione lo Stato. Sono i lavoratori, gli operai, le cassiere, gli artigiani, gli imprenditori (quelli veri, non quelli che campano di sussidi statali) a poter mettere in discussione lo Stato. E sono loro a dover essere controllati attraverso la polizia, che svolge questo ruolo coerentemente. Lo Stato non perseguiterà mai il criminale, perché esso è troppo utile allo Stato stesso: grazie al criminale il cittadino invoca più polizia e più Stato, chiede di mettere le telecamere in città, chiede arresti facili, chiede poteri di polizia anche per i netturbini. Grazie al criminale, il cittadino scava da solo la fossa della propria libertà.
Se davvero esistesse qualcosa come la “sinistra”, quella di tanto tempo fa, quella che scriveva i giornali per gli operai, quella che non era ancora entrata in Parlamento, non andrebbe ad insultare chi chiede di non avere spacciatori sotto casa. Andrebbe da queste persone e cercherebbe di spiegargli che il problema non è lo spacciatore, ma il poliziotto, lo Stato tanto invocato e che invece esiste solo per sfruttarlo. Ad esempio gli spiegherebbe che lo spacciatore esiste non per caso, ma perché lo Stato italiano, attraverso la legislazione sulla droga, garantisce alla mafia il monopolio indisturbato sulla droga, proteggendola da ogni possibile crisi economica e lasciandola libera di inondare il mercato con veleno preso chissà dove. Ma trovate un solo uomo di sinistra che abbia il coraggio di affermare una semplice banalità come questa.
All'inizio del secolo girava per l'Italia un calzolaio di nome Malatesta. Era un anarchico, e fu per molto tempo il rivoluzionario più amato dal popolo. Era un anarchico e odiava lo Stato e la polizia. Non odiava i poliziotti, odiava l'istituto poliziesco in quanto espressione della violenza dello Stato. Le madri dei ragazzi proletari lo amavano. Perché? Perché dove andava lui, la criminalità spariva, i ragazzi allo sbando smettevano di delinquere, di bere ed ubriacarsi. Malatesta non andava nei salotti buoni a dire che la criminalità era una fissazione di gente che odiava il proletariato: lui andava dai delinquenti e li faceva smettere.
Invece oggi abbiamo una “sinistra” che è divenuta statalista in blocco, che vive di Stato, che pare non poter vivere senza Stato. Una sinistra che rivendica con forza la presenza dello Stato, una sinistra del tutto uguale al fascismo storico, quello vero, che imponeva la cultura di Stato, il manganello di Stato e la protezione di Stato. Finché questa sinistra continuerà ad invocare e chiedere e domandare sempre più Stato, non avrà nessuna credibilità quando andrà a tacciare questo e quello di essere “razzisti” e “xenofobi”.